30 Agosto 2018

Qualche dritta per il colloquio perfetto

SARAH CARTASEGNA

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Abstract

Per un Legal Head Hunter il candidato ideale al primo ingresso nel mondo del lavoro è indubbiamente giovane, con le idee chiare e molta determinazione: un giusto mix di sostanza e forma.

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Oggi sono un cacciatore di teste, ma venti anni fa sono stata anche io una di questi giovani neolaureati o neoavvocati di belle speranze che devono affrontare il mondo degli studi legali (nel mio caso). Ero agli albori di quest'epoca e gli studi internazionali aprivano le loro sedi a Roma e Milano.  Avevo tutte le carte in regola, ma un elemento mi mancava: una sana ambizione.

Quando seleziono un neolaureato (o neoavvocato), la mia esperienza passata nel mondo degli studi legali italiani e internazionali è fondamentale nel comprendere di volta in volta chi ho di fronte. Chiaramente gli aspetti di sostanza sono determinanti: senza di questi è molto più difficile costruire una carriera e sono -oserei dire proprio in questo ordine di importanza- i seguenti:

  1. essersi laureati in tempi brevi,
  2. aver conseguito la tesi con professori riconosciuti per la loro competenza accademica (e auspicabilmente anche professionale);
  3. ed essersi laureati con ottimi voti.

A questi tre elementi ne aggiungo un quarto, oggigiorno fondamentale: parlare un buon inglese grazie all’aver frequentato corsi all'estero, un periodo di Erasmus o altre esperienze di vita fuori i confini domestici. Una solida base di partenza aiuta a iniziare con il piede giusto ad un colloquio di lavoro permettendo, in primis, di non sentirsi inadeguato rispetto ciò che lo aspetta.

Quando esamino una giovane risorsa, oltre ai dati fondamentali del curriculum, non posso ovviamente non considerare gli aspetti imprescindibili per qualsiasi professionista: la puntualità al colloquio, uno stile di abbigliamento adeguato, l'utilizzo di un italiano senza particolari inflessioni dialettali, la capacità di ascoltare con attenzione le domande e rispondere in modo chiaro e conciso ma esaustivo. Ricordatevi sono vietati i monosillabi così come eccessivi riferimenti alla vita personale!

Ma tutto ciò rappresenta solo il punto di partenza. È necessario infatti che il candidato abbia la volontà di mettersi in gioco e la disponibilità ad adattarsi: doti che deve essere in grado di comunicare al suo interlocutore durante il colloquio di lavoro. Inoltre, senza che la sua autostima sia minata, va ricordato che nella fase iniziale della carriera è necessario limitare il più possibile le lamentele. Si impara molto anche svolgendo attività che possono sembrare non particolarmente esaltanti e che forse non corrispondono esattamente a quello che si sognava: si parte sempre dalle fondamenta per costruire una casa (e una carriera) solida. E seppur è vero che bisogna farsi valere ed essere capaci di chiedere e di mettersi in mostra, prima di tutto bisogna saper scegliere buoni maestri ed essere capaci e volenterosi di imparare!

Io stessa avevo il profilo del candidato ideale: ottimo curriculum, umiltà e spirito di sacrificio. Ma non basta. Il neolaureato in giurisprudenza o neoavvocato che riuscirà ad emergere unisce a tutto ciò una passione che al momento giusto si declina in ambizione. In mancanza di questa grinta si rischia di rimanere gregari troppo a lungo e/o di bruciarsi le proprie carte.

Ma se c'è tutto questo allora ho trovato un buon candidato. È proprio esaminando le motivazioni che spingono verso questa carriera che posso capire se sono di fronte ad un avvocato d'affari. Queste infatti regoleranno la grinta e l'ambizione di quell'avvocato che farà la differenza.

Attenzione però! Avendo per prima "giocato a questo gioco" ho acquisito anche la capacità di individuare facilmente chi ha "studiato la parte”, chi si è preparato le risposte giuste e recita il ruolo che gli hanno descritto i colleghi più senior. In questi casi qualcosa non convince del tutto: dietro le righe trapela la mancanza di quella grinta e quella sana ambizione di cui abbiamo parlato. Io stessa, quindici anni fa, da giovane avvocato negli studi d'affari, non avevo appreso appieno quanto questa professione debba essere interpretata come una passione: non contano gli orari ma i risultati e la vita personale si deve adeguare, comprimendosi o allargandosi a seconda della fase lavorativa del momento.

Oggi non potrebbe essermi più chiaro: al mio colloquio finale, e di successo, presso uno studio Magic Circle, dove poi trascorsi i seguenti quattro anni, il Managing Partner mi chiese come immaginavo la mia vita da lì a dieci anni. Diedi la risposta che mi avevano insegnato: "socio di questo studio". Sapevo già che era una bugia e avrebbe dovuto capirlo anche lui.

 

 

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