23 Settembre 2022

Gli investimenti nelle energie rinnovabili: Una necessità infrastrutturale per il Paese, una opportunità per gli investitori

CBA Real Estate Team

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Abstract

Il crescente interesse per gli investimenti nel settore delle energie rinnovabili – che, in una prospettiva più generale, risponde a specifiche necessità (e obblighi internazionali) del sistema-Paese – deriva dalla peculiare situazione del mercato italiano, di per sé più “limitato” di quello di altri Stati ed oggi caratterizzato da elevata liquidità e da una spinta verso gli investimenti ESG compliant. In questo contesto, si riscontra nel mercato del risparmio gestito una “riscoperta” di alcuni strumenti sinora poco utilizzati (SICAF) e una maggiore apertura verso la clientela retail.

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Nel 2021, si è assistito a un progressivo incremento degli investimenti nel settore delle energie rinnovabili rispetto all’anno precedente (+70%) dovuto, però, principalmente, come rilevato dal Politecnico di Milano nel suo “Renewable Energy Report 2022”, alla fine della pandemia, in quanto la potenza complessivamente installata nel corso dell’anno, pari a 1.351 MW, corrisponde, in sostanza, a quella installata nel 2019. Il settore di maggiore interesse è ancora quello del fotovoltaico (+935 MW, ossia +30% rispetto al 2020), seguito da eolico (+404 MW, +30% rispetto al 2020) e idroelettrico (+11 MW), mentre sono diminuiti gli impianti a bioenergia (-14 MW). Nel 2021, l’Italia ha, quindi, raggiunto una potenza complessiva da fonti rinnovabili pari a 60,6 GW che rappresenta poco meno di un decimo di quella dell’intera Unione europea (688 GW). I nuovi impianti si sono aggiunti ad un “parco impianti” vetusto, che necessita di sempre maggiori investimenti, ove si vogliano raggiungere gli ambiziosi obiettivi assunti o prospettati dal nostro Paese nei contesti internazionali.

Sebbene l’installazione di nuovi impianti appaia in Italia ancora complessa stanti non solo i vincoli normativi e burocratici esistenti, ma anche le difficoltà nella gestione del loro impatto ambientale e delle conseguenti opposizioni delle comunità locali, non vi è dubbio che gli investitori, italiani e stranieri, siano sempre più interessati ad investire in energie rinnovabili e, tra tutte, soprattutto nel fotovoltaico, e ciò nonostante la fine delle tariffe incentivanti previste dai cinque “Conti Energia” susseguitisi tra il 2005 e il 2012 allo scopo di permettere il raggiungimento – entro il 2020 – degli obiettivi europei del “Pacchetto clima-energia” in vigore dal 2009 (riduzione del 20% delle emissioni di gas a effetto serra e aumento del 20% del risparmio energetico e del 20% del ricorso alle energie rinnovabili, avendo a riferimento la situazione del 1990).

Gli investimenti nel settore fotovoltaico sono, infatti, ad oggi indispensabili non solo nella prospettiva del sistema-Paese –  chiamato a centrare, grazie anche ai fondi che il programma “Next Generation EU” garantirà alla Missione “Rivoluzione verde e transizione ecologica” del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), gli obiettivi dell’“European Green Deal, tra i quali la riduzione, entro il 2030, del 55% delle emissioni europee di gas serra rispetto a quelle registrate nel 1990, in particolare tramite il progressivo abbandono dei combustibili fossili e un sempre maggiore efficientamento energetico, elementi questi tutti indispensabili per poter dichiarare nel 2050 la “neutralità climatica” dell’Unione europea – ma anche in quella del singolo investitore attento ad individuare un accettabile equilibrio tra profittabilità e rischiosità dell’investimento.

L’interesse per gli investimenti nelle energie rinnovabili, da parte non soltanto degli investitori professionali, ma anche di quelli retail, deriva dall’ordinaria situazione del mercato italiano, notoriamente più "ristretto” rispetto ad altri mercati europei ed incapace di offrire assets con rendimenti sufficientemente attraenti, alla quale si aggiunge l’attuale presenza nello stesso di elevata liquidità, derivante, tra l’altro, dall’aumento negli anni scorsi del risparmio privato per effetto dei bassi tassi di interesse e della crisi pandemica, oltre che dal maggior favore mostrato dal legislatore europeo verso gli investimenti sostenibili ispirati ai criteri ESG (“Environmental, Social and Governance criteria”) di cui al regolamento (UE) n. 2019/2088 (SFDR - “Sustainable Finance Disclosure Regulation”), per la verità già da tempo oggetto di specifica preferenza da parte dei più avveduti investitori istituzionali, tra i quali alcuni fondi sovrani.

Il mercato del risparmio gestito italiano conosce da tempo gli investimenti nel settore fotovoltaico, di regola effettuati tramite fondi immobiliari che detengono SPV (“special purpose vehicles”) titolari delle aziende energetiche alle quali concedono in locazione gli immobili sui quali gli impianti sono o devono essere realizzati, secondo una struttura imposta – sino ad oggi – dal divieto per tutti i FIA (“fondi di investimento alternativi”) immobiliari di svolgere direttamente attività industriali o commerciali. Meno frequenti sono i FIA immobiliari rivolti ad altre energie rinnovabili (idroelettrico, eolico e bioenergie), le quali presentano specifiche complessità giuridico-regolamentari (nel caso dell’idroelettrico, ad esempio, il rapporto con le pubbliche amministrazioni che devono rilasciare le concessioni allo sfruttamento delle acque che “inglobano” anche il diritto di costruire la centrale).

Alla luce di quanto detto, appare evidente che il settore delle energie rinnovabili avrà ulteriore sviluppo nel prossimo futuro, grazie anche al ricorso a strumenti diversi dal fondo immobiliare, in realtà non nuovi in sé, ma preferiti dai players stranieri, la cui normativa nazionale impone l’utilizzo di FIA “societari” piuttosto che di FIA “contrattuali. Per questa ragione, si è assistito negli ultimi mesi al progressivo incremento delle richieste di autorizzazione di SICAF immobiliari, perlopiù eterogestite, le quali, oltre a rispettare quanto previsto dalla predetta normativa, permettono agli investitori-promotori di affidarsi a SGR solide e con specifica expertise nel settore.

L’investimento in questi FIA è tradizionalmente riservato ad investitori istituzionali, considerata anche la specificità del prodotto e i maggiori rischi dello stesso rispetto ai comuni FIA immobiliari attivi in ambito residenziale, commerciale-alberghiero o logistico. Tuttavia, si sta verificando una loro progressiva apertura verso la clientela “retail, come dimostra anche la recente modifica dell’art. 14 comma 2 del D.M. n. 30/2015 operata dal D.M. n. 19/2022 che ha previsto la possibilità per tale clientela di sottoscrivere, nell’ambito di un servizio di consulenza, quote di FIA riservati, purché con un minimo di Euro 100.000 e sempreché l’ammontare complessivo dei loro investimenti in tali FIA non superi il 10% del loro portafoglio finanziario (tale ultimo requisito continua, invece, a non essere indispensabile ove l’investimento nel singolo FIA superi l’importo di Euro 500.000). A ciò si aggiunga che è possibile che singoli progetti degli stessi siano finanziati tramite il “crowdfunding” oggetto del regolamento (UE) n. 2020/1503.  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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