28 Novembre 2022

Una riflessione sulla professione forense e il mondo del lavoro

CARLO CONTE

Immagine dell'articolo: <span>Una riflessione sulla professione forense e il mondo del lavoro</span>

Abstract

Quali problemi affrontano i giovani laureati e avvocati italiani e quali sono le prospettive per la figura forense nei prossimi anni?

Un’attenta analisi e una riflessione per gli studenti, i neo-laureati e neo-avvocati.

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Quali problemi affrontano i giovani laureati e avvocati italiani?

Gli studenti italiani di Giurisprudenza stanno vivendo un periodo storico molto complesso, relativo all’inserimento nel mondo del lavoro che è un vero percorso ad ostacoli, in quanto la lunghezza del percorso laurea-inserimento nel mercato del lavoro è un lasso di tempo che si protrae ben oltre la laurea magistrale per tutte le professioni forensi.

Ed invero, al conseguimento del titolo di studio sono infatti necessari 18 mesi di praticantato per la professione di avvocato o notaio, mentre con la recente riforma non servono più i due anni di Scuola di specializzazione, per accedere all’esame di abilitazione o al concorso in magistratura.

Il dato sconvolgente è che ormai i giovani italiani non scelgono più la facoltà di Giurisprudenza, dal momento che si ritiene che sia un mercato saturo e poco appetibile.

Tale ragionamento è veritiero a causa della scelta, a mio parere sbagliata, del Governo negli anni 2009-2011, che ha tenuto Giurisprudenza sempre a numero aperto, mentre le restanti facoltà hanno avuto un ingresso selettivo e, pertanto, ha comportato un numero spropositato di iscritti alla facoltà di Giurisprudenza che ha, a sua volta, determinato un numero di laureati esorbitante non corrispondente ai fabbisogni della società.

L’altro elemento fondamentale da sottolineare è il periodo dei 18 mesi di praticantato obbligatorio prima di un esame selettivo: per il giovane laureato si tratta  di  una “roulette russa”, in quanto da un lato è difficile trovare uno studio legale che sappia formare seriamente un praticante, spesso accade che il giovane impari da autodidatta, dall’altro lato è un lasso di tempo molto ampio di lavoro e formazione, sostanzialmente gratuita, che sul giovane e la propria famiglia pesa fortemente.

Per quanto concerne tali problematiche ci sarebbero, a mio parere, diverse strade da poter percorrere, ovvero:

  1. Possibilità di prevedere un rimborso spese da parte dello Stato ai praticanti iscritti per un periodo di 6 -12 mesi, così da concedere un contributo al giovane e alla famiglia sulle spese da sostenere;
  2. Immaginare di trasferire il praticantato nell’Università, ossia la realizzazione di laboratori pratici, una vera e propria pratica, dal terzo o quarto anno con degli studi legali convenzionati in una determinata materia giuridica con un esame finale. In seguito, il giovane che si laurea potrebbe essere iscritto direttamente in un albo apposito in quel ramo dell’attività forense. Sarebbe un modo anche per professionalizzare e specializzare il giovane laureato, evitando il “tuttologo”.

I rimedi per evitare che vi sia un alto numero di laureati in Giurisprudenza senza un’occupazione o una professionalità sono diversi. Oltre quelli appena menzionati, sarebbe interessante immaginare una facoltà di Giurisprudenza settoriale, ovverosia: chiedere allo studente al terzo anno di università in cosa vuole specializzarsi sia dal punto di vista delle materie ( civile - internazionale – penale etc.), che della  strada professionale da scegliere ( notarile – magistratura – pubblica amministrazione – avvocatura). Tale settorializzazione della facoltà di Giurisprudenza permetterebbe anche di prepararsi quanto basta al mondo del lavoro e alle sue richieste.

 

Quali sono le prospettive della figura forense nei prossimi anni?

Oggi, il mercato del lavoro richiede al laureato in Giurisprudenza skills e competenze che siano integrati tra di loro e, soprattutto, sempre meno un metodo di lavoro accademico-didattico.

A fine laurea, gli studenti si trovano, spesso, poco specializzati e attrattivi, perché sono reduci da uno studio rigido su norme e codici con un approccio allo studio del tutto teorico e manualistico, mentre l’università dovrebbe formare gli studenti al problem solving, al potere del network, al lavoro in team, dal momento che sono richieste, sempre di più, tali caratteristiche nel mercato del lavoro legale.

Ed invero, si parla di professione legale 4.0, perché l’impiego giuridico deve essere percepito con una nuova consapevolezza, in quanto si fa riferimento  a soft skills, a smart contracts, il diritto di internet e del digitale. Pertanto, il diritto non è più solo quel concetto tradizionale di norme e regole per il buon vivere civile, vi è un mutamento della società e, allo stesso tempo, cambia anche il diritto e la figura professionale del legale.

Esistono numerose possibilità per i giovani giuristi, molte di queste offrono carriere diverse dalle professioni legali tradizionali, tanto è vero che la maggior parte dei  neolaureati ambirebbe a trovare un lavoro nel settore della consulenza economico-legale. Ad esempio, la digitalizzazione della società impone, inevitabilmente, la presenza del giurista informatico, ovvero uno specialista della tutela della privacy, della riservatezza e segretezza dei dati, di Internet Law, del diritto amministrativo elettronico e dell’informatizzazione della P.A. , del commercio elettronico e dei contratti informatici, del diritto industriale, di brevetti software, del diritto d’autore e di proprietà intellettuale, del diritto penale informatico.

Inoltre, vi è l’ambito stragiudiziale, sempre più in sviluppo, in quanto si sta diffondendo nella società un nuovo modo per comporre le liti prima di una causa, con la necessità di negoziatori-mediatori professionisti, per arrivare ad eventuali risoluzioni di conflitti tra soggetti.

Alla luce di quanto innanzi detto, è evidente come il ruolo del giurista nella società sia ormai in continuo mutamento. Il diritto nasce come disciplina dinamica, che si adatta ai cambiamenti sociali, economici e politici e il giurista non perderà mai il suo ruolo di mediatore, la sua umanità, che è alla base del suo approccio professionale rimane, ma va oggi restituita a dispositivi e linguaggi complessi, nuovi e rivoluzionari.

Si prospetta una grande sfida per i giuristi e, in particolar modo, lo Stato che dovrà essere attento e puntuale nella legiferazione, sia per quanto concerne la formazione che negli strumenti da concedere ai professionisti per essere pronti ad affrontare i mutamenti della società.

 

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