13 Luglio 2021

Intervista a Sergio Marini, Direttore Ethics & Compliance del Gruppo LVMH

GIACOMO GIUDICI

Immagine dell'articolo: <span>Intervista a Sergio Marini, Direttore Ethics & Compliance del Gruppo LVMH</span>

Avvocato Marini, alla Convention sulla Sostenibilità nel Mercato Legale organizzata da 4cLegal ha fatto giustamente notare che, se si parla di sostenibilità, le aziende della moda e del lusso hanno una inclinazione "naturale" almeno per quanto riguarda la parte "Social" della triade ESG - relativa ad esempio a inclusione e gender equality. Ci può fare un esempio dei modi nei quali anche il General Counsel può dare un contributo in questo senso?

Nella mia esperienza nel settore del lusso posso dire che quello che è alla base di un prodotto di successo, oltre ovviamente alla capacità del brand di valorizzarlo, è essenzialmente la creatività umana da chiunque questa sia espressa, non solo, c’è molta attenzione a valorizzare la diversità intesa come originalità, pertanto, almeno per quello che riguarda la parte creativa i concetti di inclusione e gender equality sembrano connaturati alla ricerca di tutto ciò che fa “tendenza”.
Per quello che riguarda la direzione legale il contributo può consistere nell’esempio che l’applicazione dei criteri ESG può dare a tutte le altre funzioni. Personalmente ho sempre creduto nell’efficacia di una squadra in cui vi sia bilanciamento tra i sessi e all’importanza della realizzazione personale che passi anche attraverso il crearsi una famiglia, per chi lo desidera. Questo significa creare condizioni favorevoli all’interno dell’ufficio a cominciare dalla flessibilità del lavoro.

 

Quando si parla di sostenibilità di un'azienda si parla quasi automaticamente anche di "greenwashing", ossia la tendenza a compiere operazioni sostenibili soltanto di facciata, con poca sostanza. Trova che negli anni il "greenwashing" sia diventato più rischioso - a livello sia reputazionale sia più concretamente di accountability - e, di nuovo, qual è il ruolo del giurista d'impresa per evitarlo?

Evidentemente attraverso la funzione compliance, se assegnata al giurista d’impresa, questi verifica l’applicazione delle regole di cui la società si è dotata, alla vita della società stessa e al business, quindi la coerenza tra l’enunciato e le azioni reali. Se le regole enunciate rimangono lettera morta prima che un problema reputazionale verso l’esterno, vi è un problema interno da risolvere.

 

In un articolo di pochi giorni fa, il Financial Times ha sostenuto che il titolo di "General Counsel" sia ormai superato per i compiti di strategia e comunicazione svolti dai responsabili delle direzioni legali, e che "Chief Purpose Officer" sarebbe più accurato, con uno sguardo anche alla promozione dell'agenda ESG delle aziende. E' d'accordo?

Onestamente la traduzione “capo della finalità” non mi dice molto anzi volendo analizzarne le parole, lo troverei riduttivo. Il legale interno è e rimane il garante dell’applicazione della legge all’operato dell’azienda per cui lavora. Poi, trovo giustamente, é diventato sempre più il braccio destro del CEO e l’opinione legale aiuta a forgiare le decisioni di business, ma starei attento a non voler snaturare la funzione.

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