06 Luglio 2020

Mediterraneo

LUCIO BONGIOVANNI

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Abstract

Giustizia: virtù o rivendicazione?

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Il film premio oscar di Gabriele Salvatores, Mediterraneo, dipinge con tinte solari il tema della fuga, dell’altrove, della ricerca di un luogo in cui poter vivere felicemente. Durante tutto il racconto i personaggi appaiono costantemente fuori posto: sono soldati ma non combattono, anzi vivono una dimensione lontanissima da qualunque campo di battaglia - un’isola greca - tanto da dover essere ricondotti bruscamente alla realtà dall’atterraggio imprevisto dell’aereo del tenente Carmelo La Rosa, che li avvisa della fine delle ostilità belliche mentre i nostri eroi giocano una partita di calcio sulla spiaggia.

Ebbene, questa esistenza fuori contesto, questo ostinato rifiuto della realtà i protagonisti continueranno a viverlo anche dopo il ritorno in patria, fin quando, alla fine della storia, alcuni di loro si ritroveranno ormai vecchissimi su quella stessa isola greca, che a quel punto faticheranno però a riconoscere, perché presa d’assalto dal turismo di massa.

Insomma, i nostri ragazzi trascorreranno l’intera vita ad abitare posti che non sentiranno propri, rimpiangendo quello sperduto luogo dello spirito che alla fine si rivelerà anch’esso illusorio. Non è un caso che il film venga introdotto da una citazione che recita: “in tempi come questi la fuga è l’unico mezzo per mantenersi vivi e continuare a sognare”.

Ma cosa c’entra con la Giustizia quest’ennesimo film che inneggia alla mistica della fuga? Apparentemente nulla.

E invece no. Tra le mille spiegazioni che si possono fornire a questa tematica che affascina sempre più l’uomo moderno vorrei darne una del tutto personale, basata proprio sul tema della Giustizia. In altri termini, esiste, secondo me, un legame tra la mistica della fuga e la percezione della Giustizia che ha l’uomo contemporaneo.

Sono convinto, cioè, che il tema dell’altrove sia strettamente legato a quello della Giustizia, perché si fugge essenzialmente per cercare un posto che sia giusto, che consenta alle relazioni umane di svilupparsi in modo naturale e corretto. In fondo, un luogo in cui non si sta bene è essenzialmente un luogo che si percepisce come ingiusto.

E allora mi viene da pensare che la non accettazione del posto in cui ci troviamo nostro malgrado a vivere dipenda in qualche modo anche dal fatto che oggi la Giustizia non viene più intesa come una qualità dell’animo, un’inclinazione naturale verso gli altri, ma indica ciò a cui ho diritto io nei confronti degli altri, indica una mia rivendicazione, descrive un prendere anziché un dare. Il diritto, in questo modo, rischia di ridursi a una costruzione artificiosa messa in piedi per soddisfare i bisogni dell’essere umano nei confronti degli altri, della società.

Ora, è sufficiente ricordare l’idea che della Giustizia avevano gli antichi per rendersi conto come la Giustizia oggi abbia invertito la propria direzione, il proprio senso di marcia: non si tratta più di un movimento che va da me verso gli altri, ma di una rivendicazione che procede dagli altri verso di me.

Platone definisce la Giustizia come l’armonia tra le diverse facoltà dell’uomo. La Giustizia, quindi, ha una caratteristica prettamente interiore, che poi viene estesa alla società come armonia tra le classi che la compongono. Anche per Sant’Agostino la Giustizia ha una dimensione interiore e descrive la sottomissione della parte sensibile a quella razionale.

Insomma, la Giustizia per il mondo antico è una virtù dell’uomo, una inclinazione a dare agli altri in base alla nostra spontanea volontà. Procede da dentro verso fuori, non da fuori verso dentro.

Questa differenza di direzione assunta dalla Giustizia, a mio parere, riveste un’importanza determinante per comprendere molti aspetti della vita. Fin quando, cioè, resteremo concentrati su noi stessi, sull’appagamento dei nostri bisogni e desideri, al punto da intendere il concetto stesso di Giustizia in termini di rivendicazione (di qualcosa che procede dall’esterno ed è diretta ad appagare i nostri bisogni e desideri), vivremo inevitabilmente male tutte le nostre relazioni quotidiane, quelle reali, e aspireremo fatalmente a desiderare un altrove immaginario nel quale poter vivere felici. Più assolutizziamo noi stessi, più desideriamo la fuga, da qui non si scappa.

La Giustizia è qualcosa che funziona solo tra persone adulte e responsabili. Se, invece, si alimenta il mito di un’esistenza scanzonata, che riduce l’essere umano a una bocca affamata di esperienze, che tutto pretende di assaggiare e ingurgitare, allora continueremo a ritenere poetico ogni racconto che inneggia alla fuga, alla non accettazione della realtà, perché in fondo in questo modo si nobilita l’immaturità.

Se perde la connotazione di virtù, la Giustizia smarrisce qualunque legame con le altre virtù e si riduce a mera rivendicazione. Ma sappiamo bene che la Giustizia da sola non va da nessuna parte, perché non basta a se stessa: ha vitale bisogno della compagnia delle altre sorelle, prima fra tutte la carità.

 

 

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