12 Novembre 2021

Convivenza delle differenze nell’uso del linguaggio: una questione aperta e in continua evoluzione

ELVIRA SCIBETTA

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Abstract

I tempi in cui il responsabile commerciale di un’azienda si rivolgeva alle “ragazze del marketing” quando parlava delle colleghe, o il responsabile amministrativo di uno studio professionale era semplicemente “la signora dell’amministrazione”, sembrano lontani se pensiamo all’evoluzione che il linguaggio, rispecchiando i cambiamenti sociali, ha avuto negli ultimi anni.

Passando dalla teoria alla pratica capita, però, di doversi ricredere, in quanto tutte le buone intenzioni e il politicamente corretto, vengono spesso tralasciati nella vita di tutti i giorni. A chi non è mai successo di subire una qualche forma di esclusione, per etnia, religione, paese di origine, identità di genere, orientamento sessuale, abilità o disabilità, lingua, età? Non mancano nella pratica quotidiana di ognuno di noi esempi più o meno dolorosi.

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Cambiare la mentalità delle persone e delle organizzazioni è un processo lento che può durare diversi decenni. E quando cambia la percezione sociale dei fenomeni cambia anche il linguaggio. Pensando, ad esempio, alla questione femminile, ha avuto un peso l’aver raggiunto da parte di alcune donne posizioni apicali e professioni a cui prima non avevano accesso. Se si guarda al passato, sono stati fatti molti passi avanti sia nell’uso del linguaggio sia nelle opportunità, ma la disparità di genere (divario contributivo) continua ad essere oltremodo presente nel nostro Paese e si è aggravata nel corso della pandemia, come confermano i dati Istat, secondo cui dei 444mila occupati in meno registrati in Italia in tutto il 2020, il 70% è costituito da donne.

 

Inclusività nella comunicazione online e offline

Le parole possono essere un ponte per condividere ma anche uno strumento per costruire stereotipi, pregiudizi ed esclusione. La comunicazione inclusiva o come è preferibile, la comunicazione delle differenze - per evitare la visione comunque paternalistica tra chi include e chi è incluso -, nasce dall’idea che in una società convivano tante differenze e che il linguaggio debba tenere conto delle diversità di valori e di scelte individuali, non escludendo nessuno e, soprattutto, non offendendo la sensibilità di nessuno.

Il Manifesto della Comunicazione non ostile e inclusiva (https://paroleostili.it/) enuncia dieci principi di stile a cui ispirarsi per scegliere: “Le parole che sappiano superare le differenze, oltrepassare i pregiudizi e abbattere i muri dell’incomprensione. Parole che ci liberino dalle etichette, che non ci isolino, che non ci facciano sentire sbagliati”. Per il Manifesto, occorre acquisire consapevolezza circa le conseguenze delle parole dette, rendersi conto della differenza tra opinioni che si possono discutere e rispetto delle persone che non deve mai mancare, tenendo presente che gli insulti – dei cosiddetti “leoni da tastiera” - non possono essere scambiati per argomenti.

 

Quando il linguaggio fa la differenza

Agli studi professionali, come alle aziende, è richiesta una particolare sensibilità nelle comunicazioni online e offline. Per chi lavora nella comunicazione e, non solo, si tratta di creare contenuti inclusivi che partano da un approccio empatico e dal sapersi mettere nei panni di tutti i possibili destinatari. Cosa che nella pratica non è semplice.

Partiamo da un esempio di scuola come quello dei form online. Allorquando ci sia la necessità di richiedere i dati personali, bisogna tenere presente che sesso e genere differiscono: il primo è determinato alla nascita, mentre il genere si può scegliere in funzione del proprio sentire. In questo caso è raccomandato aggiungere accanto alle opzioni M/F (maschio e femmina) uno o più campi per chi non si senta rappresentato dalle prime due categorie (genere non binario). Negli Stati Uniti è stato da poco rilasciato il primo passaporto inclusivo, che riporta come indicazione di genere una "X", un’opzione che sarà disponibile per tutti dall'inizio del 2022, sui passaporti e sui certificati di nascita degli americani all’estero. Questa “X” è destinata a fare la differenza per oltre 1,2 milioni di adulti americani non binari, due milioni di transgender e 5,5 milioni di persone che si definiscono intersessuali. Con questa novità, gli Stati Uniti entrano in un club ristretto di Paesi - Australia, Nuova Zelanda, Nepal e Canada - che consentono ai propri cittadini di indicare un genere diverso da maschio o femmina sui documenti di identità.

Rimanendo nel mondo online, in alcuni social come Instagram, Twitter, Club House e LinkedIn, si sta affermando l’inserimento di pronomi (She/Her, He/Him, They/Them) in bio accanto al nome. È una prassi diffusa nel mondo anglosassone che inizia ad apparire anche su alcuni profili italiani. L’obiettivo è evitare il misgendering (subire un genere grammaticale discordante dal proprio), lasciando libera ogni persona di definirsi. Anche nel sito della Casa Bianca, poche ore dopo l'insediamento di Joe Biden, è stata data la possibilità agli utenti di dichiarare il proprio genere d’elezione.

 

Nella pratica quotidiana

Per evitare un linguaggio discriminatorio, è bene riorganizzare il testo in modo da renderlo il più neutrale possibile. In italiano, in cui per il plurale neutro si usa il maschile plurale, è difficile simulare una terminologia neutra. Si può cercare di usare parole collettive per evitare di declinare al maschile o femminile (“sei una persona” invece di “sei una donna” o “sei un uomo”).

Quando possibile, sarebbe meglio indicare nel plurale entrambe le forme (“le studiose e gli studiosi” e “care e cari”), anche se il limite è quello di non rappresentare chi non si riconosce né nell’uno né nell’altro sesso. Per ovviare a questa mancanza, si sta diffondendo l’uso di parole troncate o l’aggiunta di un simbolo, come l’asterisco (*), la chiocciola (@) o, come proposto dalla sociolinguista Vera Gheno, l’uso dello scevà (adattamento italiano di Schwa, trascrizione tedesca del termine grammaticale ebraico shĕvā /ʃəˈwa/, che può essere tradotto con «insignificante», «zero» o «nulla») che fa parte dell’alfabeto fonetico internazionale e viene indicato con il simbolo ə. Un suono indistinto per un genere indistinto.

Interrogata in merito, l’Accademia della Crusca ha recentemente bocciato l’uso di schwaasterischi e genere neutro, affermando che: “È senz’altro giusto, e anzi lodevole, quando parliamo o scriviamo, prestare attenzione alle scelte linguistiche relative al genere, evitando ogni forma di sessismo linguistico. Ma non dobbiamo cercare o pretendere di forzare la lingua – almeno nei suoi usi istituzionali, quelli propri dello standard che si insegna e si apprende a scuola – al servizio di un’ideologia, per quanto buona questa ci possa apparire […] Forse, un uso consapevole del maschile plurale come genere grammaticale non marcato, e non come prevaricazione del maschile inteso come sesso biologico (come finora è stato interpretato, e non certo ingiustificatamente), potrebbe risolvere molti problemi, e non soltanto sul piano linguistico. Ma alle parole andrebbero poi accompagnati i fatti”.

Alcune proposte, quali la formulazione impersonale della frase, l’uso di parole collettive, lo sdoppiamento, possono essere condivise e utilizzate come tecniche a seconda delle circostanze, tenendo comunque presente la ricchezza storica e culturale della lingua italiana che non va impoverita.

La discussione rimane aperta e in continua evoluzione, senza dimenticare che prima del linguaggio ogni azienda o studio professionale dovrebbe impegnarsi nel portare avanti un dialogo trasparente e sincero nel rispetto delle differenze, affinché ogni persona all’interno dell’organizzazione possa sentirsi sicura nell’esprimere liberamente la propria identità e autenticità. Se così non fosse, l’utilizzo strumentale di un linguaggio inclusivo o di campagne in favore di una questione sociale, senza che questi si rispecchino nel dato di realtà, avrebbe solo l’effetto di urtare la sensibilità di molti interlocutori.

 

Per approfondire:

Il 98% di chi ha perso il lavoro è donna, il Covid è anche una questione di genere: https://www.wired.it/economia/lavoro/2021/02/02/istat-lavoro-donne-pandemia-disoccupazione/

Diritto alla parità di retribuzione: Il Comitato europeo dei diritti sociali riscontra violazioni in 14 Paesi: https://www.coe.int/it/web/portal/-/right-to-equal-pay-european-committee-of-social-rights-finds-violations-in-14-countries

Manifesto della Comunicazione non ostile e inclusiva: https://paroleostili.it/inclusione/

Né uomo né donna: gli Stati Uniti rilasciano il primo passaporto con la X, senza genere: https://www.repubblica.it/esteri/2021/10/27/news/ne_uomo_e_ne_donna_gli_stati_uniti_rilasciano_il_primo_passaporto_con_la_x_senza_genere-324027310/#:~:text=Gli%20Stati%20Uniti%20hanno%20emesso,annunciato%20il%20dipartimento%20di%20Stato

L'arrivo di Biden alla Casa Bianca si vede già dal sito: https://www.wired.it/internet/web/2021/01/21/biden-casa-bianca-sito/

'She/They'​ and Other Non-Binary Pronouns You Might See on Candidate Profiles: https://www.linkedin.com/pulse/shethey-other-non-binary-pronouns-you-mi…

Brevissima storia dello schwa | Vera Gheno | TEDxFirenzeStudio: https://youtu.be/UCx9t2OLOSY

Un asterisco sul genere: https://accademiadellacrusca.it/it/consulenza/un-asterisco-sul-genere/4018

Glossario LGBT+: https://www.diversitylab.it/glossario/

 

 

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