23 Dicembre 2020

Scrivere in modo chiaro: per gli avvocati è una sfida da vincere

GIORGIO TRONO

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Abstract

Il modo di scrivere degli avvocati non gode di una buona fama: è spesso additato come esempio di linguaggio da non imitare. Eppure, confortati sia dalle norme più recenti che dai tanti studi nel campo delle scienze cognitive, gli avvocati devono impegnarsi nel semplificare il loro linguaggio. 

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Ci sono due giovani pesci che nuotano e incontrano un pesce più vecchio che nuota in senso contrario e fa loro un cenno, dicendo: «Salve ragazzi, com’è l’acqua?» e i due giovani pesci continuano a nuotare per un po’ e alla fine uno di loro guarda l’altro e fa: «Che diavolo è l’acqua?». 

Questa storia, raccontata dallo scrittore David Foster Wallace, insegna che non ci rendiamo conto delle cose più ovvie perché ci siamo immersi da sempre, come i pesci nell’acqua. 

 

Gli avvocati, da sempre immersi nel legalese

È questo ciò che accade alla grandissima parte degli avvocati quando gli si fa notare che il loro modo di scrivere è spesso verboso, inutilmente complicato: frasi lunghe, piene di incisi e subordinate, di latinismi, di termini desueti, di espressioni superflue.

All’università non hanno potuto frequentare corsi di scrittura giuridica; in compenso hanno studiato su libri scritti da giuristi cui a loro volta nessuno ha mai insegnato a scrivere di diritto in maniera chiara e comprensibile. 

Appena entrati in uno studio legale hanno avuto a che fare con atti e sentenze scritte in quel gergo che chiunque non abbia una laurea in giurisprudenza bolla come “legalese”. 

Gli avvocati scrivono così perché da sempre gli avvocati scrivono così. Perché allora cambiare? 

 

Perché scrivere chiaro

Perché lo richiedono le norme. Dal codice del consumo al GDPR, dalle norme sul processo amministrativo a quelle davanti alla Corte di Giustizia dell’Unione europea: si richiede l’uso di un linguaggio semplice, preciso, sintetico. 

Perché tutti i più recenti studi in materia di scienze cognitive, ci dicono che le persone preferiscono le cose più semplici da leggere e a cui pensare. 

La semplicità di un testo, infatti, favorisce la fluidità cognitiva, ossia rende più facile il modo con cui chiunque recepisce informazioni dall’esterno, le elabora e prende decisioni. 

Chiunque: anche il giudice che legge gli atti processuali, l’amministratore delegato che ha bisogno di un parere legale, il cliente per il quale si scrive un contratto. 

Spesso gli avvocati credono che usare un linguaggio più complesso serva a destare impressione nel cliente (ricordate la storia dell’Azzeccagarbugli e di Renzo?). 

Eppure anche questa supposizione è smentito da numerose ricerche, citate anche dal premio Nobel per l’economia Daniel Kahneman nel suo celebre “Pensieri lenti e veloci”: quando una persona, anche un professionista esperto come una avvocato, vuole apparire credibile ed intelligente, è preferibile usi un linguaggio semplice piuttosto che uno complesso. 

 

Plain language: il contrario dell’inutile bruttezza

Ormai è da tempo che si parla di “plain language”, di linguaggio chiaro, appunto. 

Una comunicazione è in plain language quando le sue parole, la sua struttura e il suo aspetto sono talmente chiari che il destinatario della comunicazione può facilmente trovare l’informazione di cui hai bisogno, comprenderla e usarla.

Eppure il plain language sembra ancora una chimera nel mondo legale.

Tanto è vero che l’Economist, nella sua guida di stile, invita i giornalisti ed i collaboratori a non scrivere come un avvocato. 

Perché allora non semplificare il modo in cui si scrive ed evitare “l’inutile bruttezza” del linguaggio giuridico imperante, come ci invita a fare la linguista Bice Mortara Garavelli

Perché cambiare e imparare a scrivere in modo chiaro costa fatica, impegno e richiede un continuo esercizio. Significa nuotare controcorrente. 

Insomma, cambiare per scrivere in maniera più semplice non è affatto semplice.  

Eppure, per dirla con le parole dello scrittore Giuseppe Pontiggia, “il bisogno della chiarezza, della semplicità è anche un’aspirazione intellettuale: chi parla in modo chiaro è più ambizioso di chi si accontenta dei modesti trionfi di un linguaggio incomprensibile. Chi parla in modo chiaro risponde una sfida molto ardua: mettere a confronto il suo sapere tecnico con il collaudo della lingua comune. Quindi non è un desiderio di banalizzare; è semmai un’aspirazione direi importante, orgogliosa.”

In fin dei conti, avete mai sentito qualcuno lamentarsi per aver letto un testo che ha compreso facilmente? 

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