12 Giugno 2023

Brand, retribuzione e tematiche ESG: i nuovi contenuti dell’offerta professionale negli studi legali che mirano alla retention dei professionisti e dei giovani talenti

LIA RUOZI BERRETTA

Immagine dell'articolo: <span>Brand, retribuzione e tematiche ESG: i nuovi contenuti dell’offerta professionale negli studi legali che mirano alla retention dei professionisti e dei giovani talenti</span>

Abstract

Il tema della sostenibilità è di crescente interesse per gli studi legali che si distinguono per dimensioni o per specializzazioni verticali, per lo più caratterizzati da un brand attrattivo e posizionati su livelli remunerativi elevati.

Detto interesse nasce dagli obblighi di filiera concernenti le grandi aziende tenute per legge, necessità contrattuali o strategia a perseguire obiettivi di sostenibilità.

Tuttavia, la spinta verso la sostenibilità non dipende solo da esigenze competitive e di compliance rispetto alla clientela.

La sostenibilità per gli studi legali sta cominciando ad avere anche finalità di posizionamento interno, nei confronti delle proprie risorse umane: la sostenibilità entrerà nella valutazione complessiva dell’offerta professionale, accanto ai tradizionali temi attrattivi del brand e della retribuzione. In questo caso la spinta proviene dal basso, dai giovani talenti, che, per effetto della cultura in cui sono cresciuti, ritengono naturale tenere debitamente conto della strategia di sostenibilità della propria realtà lavorativa.

In termini di modello di business le maggiori sfide per uno studio legale riguardano gli obiettivi sociali e di governance, tenendo conto che non vi può essere compensazione orizzontale tra i tre pilastri ESG.

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Gli studi legali più strutturati e le boutique legali molto focalizzate si stanno impegnando a sostenere e mantenere la propria presenza nel mercato globale anche attuando politiche sostenibili. L’acronimo ESG, negli ultimi anni, non suona più come una sigla priva di significato concreto, ma è entrato nel vocabolario quotidiano di imprese e studi legali, e rappresenta oggi non solo un obiettivo ben chiaro da perseguire, ma anche un faro che direziona molte scelte quotidiane.

L’adozione di politiche di sostenibilità può portare diversi benefici, non solo in termini di compliance a standard europei ed internazionali, ma anche sotto il profilo dell’attrattività dello studio legale rispetto alla clientela ed alle risorse che vi lavorano.

 

Con specifico riferimento al mondo delle boutique legali, la tematica sociale è tra le questioni più concrete sul fronte della sostenibilità: si tratta di perseguire politiche di welfare nell’ambiente di lavoro, sia sul piano fisico che mentale, considerando anche i ritmi spesso molto pesanti imposti dalla professione; ad essa si affianca la valorizzazione di politiche inclusive e protese alla salvaguardia della parità di genere.

Se, infatti, nel settore dei servizi professionali gli obiettivi di sostenibilità ambientale sono perlopiù facilmente raggiungibili, anche grazie alla progressiva riduzione della carta grazie alla digitalizzazione e, per chi opera nel contenzioso, con l’introduzione del processo civile telematico, gli stessi traguardi non sembrano così scontati sotto il profilo dell’equilibrio psico-fisico di chi opera nel mondo giuridico.

Per quanto non siano disponibili dati specifici, la professione forense è da sempre considerata particolarmente esposta a stress ed a rischio di burnout, avendo ad oggetto attività definite high touch, ossia in costante contatto con la sofferenza, con la velocità, con il rischio di assumere decisioni che comportano rilevanti conseguenze per i clienti, tali da determinare spesso forti cariche emotive.

Proprio per tali ragioni, l’esigenza che l’ambiente di lavoro si presenti come favorevole e accogliente, piuttosto che come ulteriore fonte di tensione, è fondamentale, così come la necessità di garantire un corretto bilanciamento tra lavoro e vita privata.

 

Malgrado tali affermazioni di principio siano universalmente condivise, è evidente che non sempre a queste corrispondono iniziative pratiche in tale direzione da parte degli studi legali, anche in considerazione della usuale ritrosia ad assumere approcci aziendalistici e quindi a dedicare adeguate risorse alla gestione delle risorse umane e alla gestione degli uffici. Sorvolando sul gender gap che affligge la professione forense in termini di retribuzione, reso evidente dal Rapporto sull’Avvocatura 2023 redatto dal Censis, e secondo il quale gli stipendi delle donne che esercitano la professione ammonterebbero ad appena il 47% di quelli degli uomini, temi fondamentali sono oggi rappresentati dalla capacità di uno studio di valorizzare la risorsa sotto il profilo professionale, senza imporre sacrifici sproporzionati sotto il profilo della vita privata e della coltivazione degli affetti.

 

Per molti anni, e tuttora in diversi contesti, non sono previsti per i collaboratori corsi professionali di aggiornamento, né percorsi di crescita all’interno dello studio stesso che non fossero direttamente collegati con i profili tecnici o deontologici della professione. Allo stesso modo, ancor oggi, in molti studi legali italiani si riscontra un numero considerevole di tirocini non retribuiti, e a volte anche senza previsione di un rimborso spese, nell’ambito dei quali vengono affidati anche ruoli segretariali. È anche vero che tali scenari sono spesso collegati ad un problema di sostenibilità, ma in questo caso economica.

In molte realtà italiane, numerosi studi legali sono di piccole dimensioni, privi di specializzazione e operano in territori in cui l’economia fatica e non riesce a riconosce il contributo del professionista; da anni risentono delle conseguenze negative di una esorbitante concorrenza che ha comportato una seria riduzione dei compensi richiesti, se non addirittura rinuncia al compenso stesso, nella speranza di fidelizzare un nuovo cliente.

 

Anche sotto il profilo della work-life balance, poi, non di rado si incontrano professionisti ai quali sono richiesti lunghi periodi di concentrazione o turni di lavoro che superano le 12 ore, con un inevitabile detrimento per le condizioni di vita personale e per la salute psicologica degli interessati; in questo contesto, solo chi “resiste” riesce ad emergere ed affermarsi all’interno del contesto di lavoro.

 

È sempre più evidente, comunque, che simili approcci non pagano. Ne è sintomatica la c.d. Great Resignation, il fenomeno di dimissioni di massa che, dopo gli Stati Uniti, ha interessato anche l’Italia. Secondo uno studio condotto da Legalcommunity nella rivista MAG, il 25% degli Studi legali d’impresa intervistati ha affermato di aver percepito gli effetti del fenomeno sul proprio organico; le ragioni alla base di tali scelte, al di là del fattore economico, hanno compreso soprattutto esigenze di equilibrio vita/lavoro e la possibilità di operare in smart working.

Inoltre, il recente fenomeno di esodo dagli studi legali alle aziende è collegato alle instabili condizioni di lavoro della libera professione.

Il fenomeno, dunque, è sintomatico di un cambiamento che ormai coinvolge tanto gli studi legali quanto gli altri settori, e che muove da una concezione di lavoro come luogo di valorizzazione e crescita della persona, oltre che come fonte di reddito. Lo sviluppo della personalità, come propugnato anche dall’art. 2 della Costituzione, non si raggiunge più solo al di là del lavoro, ma anche attraverso di questo.

 

Uno studio legale che persegua obiettivi di sostenibilità, d’altra parte, non ottiene solo il vantaggio di una maggiore attrattività verso i talenti e le risorse umane, ma ne guadagna anche in termini di produttività ed immagine.

È ormai comprovato da diversi studi che un ambiente di lavoro sano, luminoso e green, in cui i collaboratori siano coinvolti e valorizzati, è in grado di migliorare le performance di chi vi opera.

Non è un caso, del resto, che in diversi Paesi europei si sia arrivati a prevedere la settimana lavorativa corta, di soli quattro giorni, all’interno di molte imprese, con risultati positivi riscontrati in termini di produttività e soddisfazione del lavoratore. Una buona capacità di retention dei professionisti all’interno dello studio, oltre a rispondere all’esigenza di mantenere all’interno dello studio il know how che viene sviluppato su alcune materie di frontiera, implica anche un notevole risparmio di costi sotto il profilo della ricerca e formazione di nuovi collaboratori, oltre ad impattare in modo positivo sull’intesa tra gli appartenenti allo studio e sulla relativa capacità di lavoro di gruppo.

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