20 Giugno 2022

La soglia dell’attenzione e la memoria del pesce rosso

MANFREDI CAMICI

Immagine dell'articolo: <span>La soglia dell’attenzione e la memoria del pesce rosso</span>

Abstract

La nostra capacità di comunicare sta diventando sempre più pervasiva, ma l’attenzione si sta riducendo progressivamente dal momento che la nostra mente è immersa in un ambiente sovra-stimolato. Come impostare quindi una corretta comunicazione e come tutto questo influenza il mondo del marketing? Le nostre capacità, infatti, non riescono a stare al passo con tutte le informazioni rese disponibili dallo sviluppo tecnologico.

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Come sta cambiando il mondo della comunicazione e del marketing negli ultimi anni?

A fornirci una risposta può essere un semplice pesce rosso. Secondo alcuni studi l’attention span (capacità di concentrazione) degli esseri umani si sta riducendo sempre di più, sino ad avvicinarsi alle capacità mnemoniche di un pesce rosso. Sembra infatti che dopo 8 secondi quest’ultimo azzeri il proprio universo mentale ritrovandosi in un nuovo mondo pur rimanendo all’interno della sua boccia d’acqua. Secondo una ricerca della Tate Gallery di Londra, riportata in un articolo apparso sul Corriere della sera, 8 secondi è anche il tempo medio di permanenza di un visitatore davanti ad un’opera d’arte.

Sebbene siano molti a sostenere che quella della memoria del pesce rosso sia solo una leggenda e un’iperbole dettata dalla necessità di catturare l’attenzione dei lettori in poco tempo, secondo alcuni neuroscienziati il digitale sta realmente trasformando la nostra mente e le nostre capacità cognitive.  Mentre traiamo vantaggio dall’ubiquità delle informazioni e dalle possibilità di una maggiore comunicazione, continue interruzioni e troppe informazioni atomizzano la nostra attenzione e frammentano la nostra concentrazione.

In The Organized Mind, lo psicologo cognitivo Daniel Levitin sostiene che abbiamo una capacità di elaborazione dei dati molto inferiore rispetto alla quantità di stimoli da cui siamo circondati. Il nostro cervello è configurato per intraprendere un numero limitato di scelte e decisioni in un giorno. Secondo gli studi del neurologo e neuropsichiatra Richard Restak, contenuti in The New Brain: How the Modern Age Is Rewiring Your Mind, stiamo raggiungendo il punto di rottura in cui si iniziano a perdere le nostre capacità di concentrazione a causa della sovrastimolazione: abbiamo sempre più difficoltà a concentrarci e spesso lavoriamo al di sotto delle nostre massime potenzialità dal momento che non siamo in grado di tenere il passo con le richieste di un ambiente pieno di stimoli.

 

Alla ricerca del tempo perduto?

Uno studio del Journal of Social and Clinical Psychology stima in 30 minuti il tempo massimo di esposizione ai social media e agli schermi, oltre i quali la salute mentale è minacciata. Ciononostante, secondo i numeri di Digital 2021, il report annuale che analizza lo scenario social e digital a livello locale e globale, l’utente medio passa online circa 7 ore al giorno, pari al 42% del nostro tempo di veglia. Di pari passo, il tempo medio quotidiano trascorso allo smartphone è raddoppiato nella maggior parte dei Paesi del globo tra il 2012 e il 2016 per raggiungere livelli inquietanti: 4 ore e 48 minuti in Brasile, 3 ore in Cina, 2 ore e 37 minuti negli Stati Uniti, e 1 ora e 32 minuti in Francia.

Eppure, alla trasformazione tecnologica dovrebbe seguire una diminuzione del tempo che occorre per compiere ogni giorno processi, comunicazioni e azioni. Dal momento che l’avanzamento tecnologico riduce il tempo necessario per svolgere un determinato compito, il tempo dovrebbe abbondare. Tuttavia, le risorse di tempo necessarie per il compimento di determinate azioni diminuiscono solo se si ammette che la loro quantità rimane la stessa. Ma è davvero così? Basti pensare alle conseguenze che l’introduzione della posta elettronica ha avuto nelle nostre vite. Scrivere un’e-mail è sicuramente più veloce che scrivere una lettera convenzionale, ma il numero di messaggi che vengono inviati in un giorno è aumentato in maniera esponenzialmente maggiore rispetto al tempo risparmiato grazie all’accelerazione tecnologica. E lo stesso si può dire per la messaggistica istantanea rispetto agli sms.

 

Ma cosa succede alla nostra mente quando è sovrastimolata?

La risposta è semplice: ricorriamo sempre di più al multitasking. In sé la capacità di svolgere più compiti simultaneamente è una risorsa evolutiva fondamentale. È sbagliato pensare che concentrarsi in modo esclusivo su una sola mansione sia indispensabile per svolgerla al meglio. Tuttavia, quando il lavoro richiede un periodo di concentrazione maggiore, se si cerca di fare più cose contemporaneamente, passando da un’attività all’altra, aumenta il tempo necessario e la possibilità di commettere errori, alimentando al contempo il livello di stress.  Alcuni studi, infatti, testimoniano come il multitasking aumenti gli ormoni legati allo stress, quali l’adrenalina e il cortisolo.

 

Quali sono le conseguenze per la comunicazione e il marketing? E quali i pericoli?

Gli effetti di una minor attenzione si ripercuotono direttamente sul modo in cui si comunica verso l’esterno. Le linee guida spingono sempre di più in direzione della semplicità e della chiarezza dei contenuti: keyword, abstract, struttura gerarchica e indicizzazione del testo, titolo capace di attrarre l’attenzione (ad es. la nostra memoria è uguale a quella dei pesci rossi), introduzione, paragrafi, sotto paragrafi e conclusione, limitare per quanto possibile il linguaggio strettamente tecnico; fare frasi brevi, limitare l’uso delle subordinate etc… In altre parole, si innesca una vera e propria competizione per conquistare quell’attention span sempre più ridotto. La tendenza a impacchettare le informazioni in blocchi di dimensioni evidenzia come stiamo correndo verso il breaking point. Sebbene gli schermi offrano molte opportunità, possono incoraggiare un pensiero privo di contesto, riflessione e consapevolezza del quadro generale.

Stiamo vivendo più velocemente di quanto pensiamo. Apprezziamo la velocità della comunicazione quando è possibile, ma questo ci costringe a ridurre l’attenzione verso le informazioni stesse.

Il rischio nascosto non è solo di correre sempre più in fretta per mantenere la posizione nella competizione per l’attenzione, ma anche che queste modalità comunicative contribuiscano a ridurre ulteriormente l’attention span e che alla fine non ci sia più nulla per cui competere. Se il multitasking testimonia che stiamo migliorando nella capacità di pensare più velocemente, la qualità di quel pensiero sta soffrendo. In altre parole, un’eccessiva comunicazione corre il pericolo non solo di dar vita a fenomeni come il clickbait, il washing o le fake news, ma anche di compromettere le capacità di saper leggere e interpretare correttamente un testo nella sua complessità.

In questo senso, dobbiamo allontanarci dall’idea che tutte le informazioni siano utili e pensare a una comunicazione “sostenibile” non solo nei contenuti, ma anche nelle modalità. Non sempre la velocità è un bene e a volte è necessaria una comunicazione che sappia andare in controtendenza. Così come la Tate Gallery ha organizzato giornate dedicate allo slow look per incoraggiare i visitatori ad apprezzare sino infondo le loro opere preferite, secondo Richard Watson, autore di Future Minds: How the Digital Age is Changing Our Minds, Why this Matters and What We Can Do About It, è indispensabile pensare a un modello slow media capace di reintrodurre la complessità all’interno di una comunicazione lenta e approfondita.

 

 

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